Thursday, October 26, 2006

Recensioni per "Il Piccolo" del 23/10/2006

Brightblack morning light “s/t” (Domino)
Darkel “s/t” (Astralwerks)
The Ratatat “Classics” (XL)


Ottobre, mese di transizione. Nel passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale, mentre la luce lascia il posto all’oscurità e le giornate si accorciano, tre modi diversi di interpretare la zona di confine tra il sogno e il rimpianto. Brightblack Morning Light, Darkel, The Ratatat. Il ritorno ad una dimensione naturale e meno contaminata possibile dal presente di Nathan Shineywater, Rachel Hughes e soci. Quello invece al momento magico della fusione tra sentimento e macchina di Darkel. Ed infine le sferzanti melodie dai Ratatat, tra beat sostenuti, tramonti surf ed echi latini.

Tranquillità. Il disco omonimo dei Brightblack Morning Light emana tranquillità. E’ avvolto da una leggera nebbiolina come quella che si forma all’alba nei boschi e nei campi. “Easy, dude, easy...”. Colori tenui. Ritmi lenti. Musica da un altro tempo. Da una dimensione che non è certo quella della fretta, del consumo veloce, del mordi-e-fuggi. Qui ci si immerge nella contemplazione. Ci si siede e si ascolta. Le canzoni passano come vento fra le foglie. “Brightblack Morning Light” è un album soul al rallentatore, lambito da placide correnti blues, da soffi di piano Rhodes, da chitarre liquide (il primo lavoro dei Mojave 3?). Ma non immaginatelo come abbandono fine a se stesso, come semplice deriva. C’è invece una vena vitale, un’energia che attraversa ogni composizione dall’inizio alla fine e la fa brillare. Una coppia e una manciata di amici, “We are family”, una specie di comune neo-hippie per uno dei migliori dischi del 2006, nascosto in mezzo al bosco.
Da solo, a guardare le luci della città di notte, sta invece Jean-Benoit Dunckel, uno dei due Air, e probabilmente pensa con nostalgia agli anni in cui la tecnologia elettronica ha cominciato a svilupparsi anche come forma di divertimento. Pensa cioè alla fine degli anni 70 ed all’inizio degli 80 mentre la sua ombra si allunga sulla parete. E’ l’angelo oscuro. “Dark Angel”. Darkel. Per chi ama gli Air, sarà colpo di fulmine. Per chi non conosce invece il duo di cui Dunckel fa parte (e dalle cui atmosfere questo progetto non si discosta molto), è pura questione di sensibilità. O si apprezza una ricerca estetica che trova esclusivamente nei ricordi di un passato prossimo la sua ragione di esistere, oppure si passerà avanti senza problemi, indifferenti. Un paragone cinematografico potrebbe essere “Il Giardino delle Vergini Suicide” di Sofia Coppola, pellicola della quale la colonna sonora originale era - guarda caso - degli Air. Altro duo, ma che viaggia su coordinate musicali molto diverse, è quello dei Ratatat. Governano le chitarre - spesso e volentieri slide e surfeggianti - di Mike Stroud, e le creazioni al laptop di Evan Mast le valorizzano in escursioni esclusivamente strumentali d’impatto ma al tempo stesso permeate di slanci romantici.“’Aerodynamics’ dei Daft Punk in depressione” ha detto qualcuno. Forse è vero, anche se paragonare i Ratatat a qualche altra band esistente è comunque cosa ardua. La loro identità è forte e meritano attenzione: una volta che si fa la loro conoscenza, è ben difficile abbandonarli o dimenticarseli.


Wolf Eyes “Human Animal” (Sub Pop)
Gli occhi del lupo spalancati ad osservare l’animale umano. Wolf Eyes: un’altra uscita su Sub Pop dopo “Burned Mind” dell’anno scorso. Questa si chiama “Human Animal” e potrebbe esserne la continuazione. O addrittura l’intera produzione sonora (il primo termine che mi era venuto in mente era “musicale” ma non è per nulla appropriato e potrebbe essere fuorviante) potrebbe venir considerata come un unico corpus dal quale prendere di volta in volta degli estratti.
I Wolf Eyes sono in tre e vengono da Detroit, sono attivi da una decina d’anni ed hanno una discografia sterminata. Le sensazioni forti che muovono la loro creatività sono così esigenti da richiedere una produzione continua di materiale. Oppure: è facile riempire dischi su dischi di rumore assordante a caso. Scegliete la vostra versione. E’ arte in una delle sue forme più pure e intransigenti, o il riciclo inutile di roba già sentita decenni fa (Throbbing Gristle e compagnia) che non innova, non diverte, non può piacere. Questo è il punto. Non può piacere. Se, per ipotessi, piacesse; perderebbe qualunque significato. Nel momento in cui i Wolf Eyes vengono assimilati, ascoltati, digeriti perdono qualunque significato. In quest’ottica è impossibile leggere la loro opera staccata dal contesto storico in cui si trova, e cioè un occidente in cui milioni di individui hanno smarrito il senso di se stessi e dell’esistenza, e di conseguenza sono alla ricerca costante di un qualcosa che spieghi tale perdita, che la espliciti, che la rappresenti. Io sono senza senso e questa musica è senza senso - pensa l’ascoltatore - Io sono percorso da queste pulsioni di distruzione pura, di furore incontrollabile, di odio totale. Ma non so precisamente per quale motivo dal momento che il mondo che mi circonda non fa che ripetermi che non solo è il migliore dei mondi possibili ma anche l’unico possibile. Eppure sento questo abisso buio dentro, e questo caos sonoro lo rispecchia. Questa comunione, proprio a causa della sofferenza dalla quale nasce, non può per definizione essere piacevole. Ma ciò non toglie che in qualche modo si senta il bisogno di cercarla, di provarla. Che sia in qualche modo utile. Forse addirittura inevitabile.


Deadboy & The Elephantmen “We are the night sky” (Fat Possum)
Dax Riggs e Tessie Brunet sono la versione white trash e per niente alla moda dei White Stripes. Difficilmente un Gondry girerà un loro video. Ancor più difficilmente un loro pezzo diventerà una sorta di inno dei Mondiali di Calcio. Sarebbe già tantissimo se questa raccolta di brani malati, oscuri, pesanti e dolcissimi non passasse inosservata. Un delitto. C’è del folk, del blues, e ci sono le turbolenze dello stoner. Il tutto immerso nelle ombre della provincia USA.
Se i White Stripes possono permettersi trasandatezza e spigolosità perché tanto tutto ciò che toccano viene trasformato in oro dalla critica, i DB&TEM sono costretti ad indossare il vestito buono per mettersi in posa per il loro American Gothic. Che poi il vestito sia un vestito da becchini è un altro discorso.


Colleen et les Boites a Musique “s/t” (Leaf)
Non proprio il disco nuovo di Colleen, ma un Ep nel quale la magica artista francese si cimenta in un esperimento commissionatole da un’emittente radio nazionale, e cioè un album prodotto con una strumentazione composta esclusivamente da scatole musicali. Colleen ha preso questi oggetti del passato, li ha aperti ed a cominciato a manometterli, a suonarli in maniera poco convenzionale, riprocessando infine il tutto. Puro splendore che ben si accompagnerebbe a qualche opera del Tim Burton più intimista. Se da un lato è facile intuirne i contenuti (brani corti, fragilissimi, tintinnanti, raccolti), dall’altro è difficile immaginare fino a che punto di struggente bellezza possano arrivarne le atmosfere. Forse il suo lavoro più accessibile e accattivante.

2 Comments:

At 5:31 PM, Anonymous Anonymous said...

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At 7:15 AM, Anonymous Anonymous said...

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