Recensioni per "Il Piccolo" del 19/12/2005
SUNN O))) “BLACK ONE” (SOUTHERN LORD)
Quale relazione intercorre tra la storia di una contessa rumena vissuta a cavallo alla fine del 1500, una storia fatta di violenza, di complicati strumenti di tortura, ma soprattutto di sangue; e un carro funebre parcheggiato in un giorno qualunque nella strada di una città americana qualunque di fronte ad un edificio nel quale si trova uno studio di registrazione? Chi ha deciso di rappresentare di nuovo la storia di Erzsebet Bathory, che nella convinzione di guadagnare una giovinezza eterna si immergeva nel sangue delle sue vittime, giovanni ragazze appese per le caviglie sopra la vasca e sgozzate? Perché una persona sta entrando nella bara sistemata nel carro funebre, mentre altre persone intorno mettono a punto delle apparecchiature e sistemano dei cavi?
C’è una tradizione di certo heavy metal che ha privilegiato la lentezza a scapito della velocità. Da una parte abbiamo avuto band che della velocità hanno fatto la loro cifra stilistica, batteristi-polipo, batteristi-ragno che inseguono l’estremo in un parossismo di battiti e di passaggi intricatissimi, il film di un massacro lanciato in fast-forward, in caduta libera verso il punto di fuga. E dall’altra parte invece si procede nella direzione opposta: il fulcro si sposta dalla sezione ritmica alla chitarra. Oltre alle tematiche, che spesso riguardano l’occulto e la magia (osservate però da una prospettiva “acida” e psichedelica, più che rituale e formale: visioni da mondi proibiti, allucinazioni indotte dalla droga o entrambe le cose?) è il giro di chitarra, il riff grave e ipnoticamente ripetuto il Sole Nero attorno al quale ruota la musica di tutta quella progenie che discende dai Black Sabbath: Saint Vitus, outsider come i Melvins, Trouble, Candlemass, gli immensi Sleep, autori di quel mammuth sonico chiamato “Jerusalem”, il punto finale, la summa che a distanza di anni resta punto di riferimento e che costò alla band un contratto. Il Buio che scende, le ombre degli antichi monumenti che si allungano, la consistenza della pietra. Nella musica dei Sunn0))) siamo ancora oltre: non si parla di “consistenza”, si deve parlare di “Antimateria”. La band - che in realtà è un duo: Greg Anderson e Steve O’Malley, affiancati da ospiti illustri che cambiano da disco a disco- produce della musica che con il genere originario (l’heavy metal appunto) praticamente non sembra aver più nulla a che fare, e che suona molto più vicina a certe sperimentazioni di elettronica d’avanguardia o power-electronics. In realtà è sempre metal. Sono riff osservati al microscopio, ingranditi talmente tanto da diventare immensi e da sommergere ogni cosa come una marea densa e impenetrabile. “Black One” è un’esperienza estrema. Oltre ci potrà essere poco o niente. Quello che lo rende un capolavoro è il fatto che riesce a giocare con il Buio Infinito e riesce a dominarlo senza farsi sopraffare. Se così fosse successo, se ne fossero stati inghiottiti, avremmo avuto l’ennesimo disco di caos e muggiti fini a sè stessi, evitabile come tutto ciò che vorrebbe innovare ma arriva in ritardo. Qui invece l’intellegibilità non è andata perduta: tutto si capisce e si capisce fin troppo bene. Come Erzsebet Bathory viene murata viva per i suoi crimini, così Malefic, nel pezzo che prende il nome dalla contessa, è rinchiuso in una bara e registrato da lì dentro, mentre soffoca. Situazione che parrebbe sconfinare nel ridicolo, se non fosse che il risultato mette sul serio i brividi, facendo da epilogo al disco che senza dubbio è il Capolavoro Nero del 2005.
RICHARD SWIFT “THE RICHARD SWIFT COLLECTION VOL.1” (SECRETLY CANADIAN)
Dal nulla, sbuca fuori questo ragazzo con baffi neri e capelli arruffati, sguardo perplesso e foto in bianco e nero e, di colpo, si è trafitti.
Trafitti dalla sensazione che si ha a che fare con uno dei cantautori più talentuosi delle nuove generazioni. Roba da far tremare Devendra Banhart. Un’esagerazione? All’inizio si è portati a crederlo, ma più lo si ascolta più quest’idea si concretizza. Certo, l’ambito è diverso per esempio rispetto a Devendra (Devendra è più stralunato e psichedelico), e Swift non ha l’aria da maledetto tipo Mark Lanegan o gente simile. Lui è più un giovanissimo Tom Waits. E non solo. In questa confezione doppia che raccoglie due (mini) album “The Novelist” e “Walking Without Effort” ci sono gemme assolute che potrebbero essere canzoni registrate dai Beatles a New York nel 1920. Il paragone non è azzardato: c’è la luce e la spinta pop e c’è un sapore, un gusto negli arrangiamenti e nei suoni che sempbra arrivare direttamente dal primo trentennio del secolo (scorso). Come giustamente dice un certo signor Lance Alton Troxel (che ha scritto le note di copertina del disco): “Swift ha trovato la maniera di collegare un vecchio grammofono Victrola all’iMac, di far suonare una tastiera Casio come se fosse ubriaca e di far tossire un sinth 808 come se avesse fumato troppe Chesterfields.” E’ dannatamente vero. Come ha fatto a dare a tutto il suo lavoro questa magia del passato? E soprattutto, perché non ci si stanca mai di ascoltare e riascoltare queste canzoni, per cercare di carpire il suo segreto? (Nota Bene: Consigliatissima anche una visita all’homepage di Swift - www.richardswift.us - in quanto trattasi di un gioiellino di grafica web e di stile, all’interno del quale si trova diverso materiale testuale e visivo sull’autore, oltre, naturalmente, ad alcuni assaggi musicali. La bellezza di questo sito non fa che confermare l’impressione di aver a che fare con un Numero Uno fino ad ora nascosto chissà dove...)
ROBIN GUTHRIE & HAROLD BUDD “MUSIC FROM THE FILM ‘MYSTERIOUS SKIN’”
Qualcuno ascoltando le prime note di quest’album verrà catapultato indietro nel passato e si ritroverà a metà anni 80. In un periodo nel quale splendeva di luce propria l’astro di un’etichetta britannica chiamata 4AD. Le stelle di questo firmamento si chiamavano Cocteau Twins, Dead Can Dance, finanche The Pixies. Proprio dei Cocteau Twins era chitarrista Robin Guthrie e proprio con Harlod Budd i Cocteau collaborarono all’epoca. Ora quel suono, quel suono magico ritorna; e non è un ritorno stanco, di maniera. Tutt’altro. La colonna sonora dell’ultimo film di Gregg Araki è puro incanto per tutti quelli che si sono innamorati all’epoca di quei suoni liquidi e scintillanti, di quelle cascate di note, luminose come scie di comete.
MALTOMINIMARCO “ANIMAL FEROX” (ALPHA SOUTH RECORDS)
Maltominimarco suona da schifo e canta da schifo. I suoni sono finti, di cartone, banali, sintetici. Non c’è calore. C’è la bruttura di quei suoni chirurgici che vengono fuori da un PC quando uno vuole farsi i dischi a casa, quelle registrazioni orrende da demo di infima categoria. La voce è irritante, gracchiante: assomiglia ad un Bennato degli inizi che canta in un barattolo di latta dopo aver assunto delle sostanze stupefacenti. I testi fanno sembrare i fumetti delle Edizioni Squalo (qualcuno se li ricorda?) dei capolavori di alta letteratura: sono stupidi e gratuitamente volgari. Per questi motivi, e per il fatto che farà ribrezzo ai fan di Cristiano Godano o dei Negramaro o dei Giardini di Mirò, a lui va il massimo rispetto.


1 Comments:
rintronato, le mie demo sono fatte bene, se vuoi suoni e voce più naturali ascolta roba pubblicata su lulu.com convenientemente rimasterizzata
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