Saturday, October 28, 2006

Recensioni per "Il Piccolo" del 02/07/2006

(Carla Bozulich, della quale qua sotto trovate una recensione, pare suonerà a Trieste il 15 novembre 2006. Avevo sentito dire al Miela, ma sul suo sito si dice Casa delle Culture. E comunque è ancora tutto molto tba. Chi sa, per favore parli!)

SCOTT WALKER “The Drift” (4AD)
Allo splendido e ultraventennale mosaico sonoro dell’etichetta inglese 4AD si aggiunge una gemma preziosissima. Accanto ai capolavori di Cocteau Twins, Dead Can Dance ma anche di outsider (per gli ambiti della label) come i Pixies, si erge un monolite precipitato da una dimensione parallela dove la luce non arriva o da profondità oceaniche insondabili. Ne è l’autore un uomo che molti davano per definitivamente finito e che ora ricompare. Le foto diffuse per la stampa sono emblematiche. Ritratti sfuocati. Sgranati. Dai forti contrasti visivi. Non riusciamo a distinguere chiaramente l’esterno, i tratti del volto, la fisionomia. Quello che ci arriva addosso aggredendoci, assalendoci all’improvviso, è l’interno, sono i suoi incubi.

Nero. Nero che si tinge di colori diversi. Come una ruggine provano ad attaccarlo ma non riescono a prevalere. I segni della loro lotta sono cicatrici cromatiche, striature sulla superficie. Questo è “The Drift”, il nuovo disco di Scott Walker che esce quasi 10 anni dopo il suo predecessore. Un po’ come se le vicende si capovolgessero in una sorta di contrappasso. Walker, a metà degli anni 60 pubblicò con la sua band, i Walker Brothers, qualcosa come dieci album in soli due, tre anni. Walker era un idolo pop, faceva dischi che scalavano le classifiche ed aveva stuoli di fan. Evidentemente però questa non poteva essere la sua dimensione. Dopo poco lasciò la band, si mise a fare musica da solo, ma si trattava comunque di una parabola discendente, almeno dal punto di vista commerciale. Scivolò nell’oblio, portandosi dietro un fardello di gravi problemi personali. Poi, invece, gradualmente, è ricominciato un nuovo corso, una nuova vita artistica. Abbandonate le accomodanti atmosfere romantiche degli esordi, Scott Walker ha iniziato a manipolare il Silenzio. O meglio: le Tenebre. Ed è un lavoro lungo, impegnativo. Tre album in ventidue anni questa volta. Ascoltandoli, se ne comprende il motivo. Sono talmente densi, sono talmente intensi che si può percepire quanta fatica possa esserci nel loro concepimento. Nonostante la lavorazione di “The Drift” non sia durata effettivamente dieci anni ed in questo periodo di tempo l’artista si sia occupato anche di qualche altro progetto, la cura, l’attenzione e - ancora una volta - l’intensità, lasciano stupefatti. Il disco (prendendo spunto dal titolo) è una deriva, un vagare in ambienti musicali e mentali sprofondati in un’oscurità della quale, anche se non possiamo stabilire con precisione i confini, siamo in grado di percepire la vastità. Come le desolate distese di “Clara”, sferzate da raffiche gelide, da parossismi improvvisi. Il senso della paura nell’album è sempre palpabile, tangibile. Un’esperienza paragonabile all’attraversare il corridoio buio di una casa nella quale siano stati commessi atroci delitti. In realtà quella casa c’è, è intorno a noi, è il nostro mondo. O meglio, la Storia Umana. Diversi testi prendono spunto da vicende umane storiche reali, e poi nelle mani di Walker si trasfigurano in psicodrammi allucinanti, in episodi di poesia panica e terrore puro. Gli strumenti stessi sono stuprati, sottoposti a mutazioni. Cosa sono i versi mostruosi in “Jolson and Jones”? Un sax? Forse è meglio non saperlo. Lontano da grandguignolesche baracconate, la Musica difficilmente ha fatto più paura.

CARLA BOZULICH “Evangelista” (Constellation)
Probabilmente non l’avete mai sentita nominare. Probabilmente non avete mai sentito nominare Ethyl Meatplow e Geraldine Fibbers, le band delle quali ha fatto parte prima di intraprendere la carriera solista. Ma di certo, se proverete ad ascoltare “Evangelista”, finerete col segnarvi il suo nome e probabilmente finirà in cima alla lista dei vostri dischi del 2006. Bisogna dirlo subito: se c’è un’artista che per intensità e capacità di coinvolgimento può eguagliare (ed ambire a superare) Diamanda Galas, questa è Carla Bozulich. Il suo terzo album solista esce per la Constellation, e non solo è il primo disco di un musicista non canadese ad essere pubblicato dall’etichetta ma per la sua realizzazione si sono messi al lavoro tutti i migliori talenti della label. Il risultato è dirompente. Un calvario di blues insanguinati, di chiaroscuri netti, di cieli in tempesta, di rovina sonora. Gronda dolore. E’ il petto squarciato per mostrare il cuore che batte. E’ vita. E’ fuori dal tempo perchè sembra venire dall’eternità e ad essa sembra rivolgersi. Ascoltate il finale di “How to survive being hit by lightning” e capirete. Non è consueto trovare dischi che riescano a trasmettere all’ascoltatore quel senso di coinvolgimento fisico che è proprio della performance live, quel sentirsi rapiti che si può provare assistendo a performance di grande qualità. “Evangelista”, con i suoi sussurri, con i suoi angoli nascosti, ma soprattutto con le sue manifestazioni di pura luce - abbagliante, sacra -, ci riesce ed a questo punto non resta che immaginare quale devastazione possa evocare quando viene eseguito dal vivo. Non abbiate paura di pungervi. Prendete in mano questo frutto e strappate la sua scorza irta di spine. Il suo centro irradia energia. Il suo nucleo è ispirazione cristallina. E’ musica così totale che dopo averla provata fa sembrare tutto il resto come dei suoni da tappezzeria. Musica fatta per essere ascoltata da soli. Musica grazie alla quale si ritrova l’entusiasmo di continuare a cercare, nel presente e nel futuro, nuovi artisti. Perché ci sono. Ci sono ancora là fuori artisti che parlano direttamente con Dio. E Carla Bozulich è senz’altro una di questi.

LADYHAWK “s/t” (JagJaguwar)
I Ladyhawk sono canadesi, di Vancouver e vanno subito al sodo. Il disco è una raccolta (ottima) di canzoni rock con un retrogusto punk . Per chiarire la frase precedente, che può voler dire tutto e niente, si possono tirare in ballo gli ultimi Husker Du. Quel punk che è punk nell’attitudine sincera e spontanea, non tanto negli eccessi e nelle soluzioni estreme. Il loro esordio può piacere anche a chi ad esempio di hardcore non ha mai sentito nulla ma ascolta i Pearl Jam e non è di vedute ristrette. C’è stile senza l’ambizione di essere alla moda, c’è un gruppo solido, ben piantato a terra, che non ha paura di rallentare ogni tanto per avvicinarsi a sonorità più raccolte, ma sempre elettriche. Al disco partecipano anche alcuni Black Mountain: legami di famiglia in casa Jagjaguwar.

NIOBE “White Hats” (Tomlab)
Se cercate un disco “leggero”, ma non vi convince la nuova furbata Nouvelle Vague perchè una volta va bene ma due sono già troppe, date una possibilità a “White Hats” della tedesca Yvonne Cornelius meglio conosciuta come Niobe. L’album precedente “Voodoluba” era decisamente più ruvido, con quelle voci molto filtrate, quasi come vecchi campionamenti vintage. Qui le atmosfere sono più vellutate e avvolgenti, ma non scadono nel ruffiano. Tra richiami lounge e profumi bossa, è scomparso il timore di risultare troppo pop, e l’insieme assume tutt’altra luce. Forse il pubblico più snob disprezzerà, ma per tutti gli altri ci sono notti d’estate piene di stelle e sussurri di brezza. Il laptop va benissimo, ma è chiaro che sulla spiaggia meglio portarsi dietro la chitarra.

1 Comments:

At 12:30 PM, Blogger dead sea princess said...

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