Wednesday, November 01, 2006

HOTEL GORILLO (02) + Altre cosette

Un ringraziamento a Terje Botosani che mi ha detto di abilitare i commenti anonimi... me n'ero scordato completamente.
Importante: mi piacerebbe mettervi a disposizione dei file audio (anche lp completi) ma non so come fare per importare nel mio Mac dei vinili. Se qualcuno ha la bontà di spiegarmelo, comincio subito!
Ecco intanto un'altra puntata delle recensioni pubblicate su NTWK.

Un caro saluto a voi, popolo delle cantine e stakanovisti della sala-prove. Eccoci arrivati al secondo appuntamento con il vostro rozzo primate recensore. La recensione degli Stayer del mese scorso ha scontentato qualcuno come era prevedibile, ma dopo qualche chiarimento in board tutto è filato liscio. E’ arrivato pure il prevedibilissimo paragone con lo Zombie Kid di “Rumore”, ma me lo sono tranquillamente lasciato alle spalle. Per l’ennesima volta vi ricordo che se avete qualche cosa da chiarire mi trovate alla Locanda del Gorilla Saggio, sempre aperta, 24 su 24. Anziché prendervela con il sottoscritto, fareste bene a dare un’occhiata ad altri recensori locali come il sig. Carlo Muscatello de “Il Piccolo”. Avete letto il suo articolo sulla serata finale della Barcolana? Solo Jovanotti e Roy Paci, dei due opener locali (Amari e Soulest Combo) nulla. Bella promozione, non c’è che dire. Bene o male, le due band girano a livello nazionale, quindi il far sapere che a Trieste succede anche qualcos’altro a parte la Casa della Musica sarebbe carino, non trovate?
Ad ogni modo, tornando ai demo se volete provare l’ebbrezza di comparire su queste pagine ed essere sottoposti al mio giudizio, quello che dovete fare è spedire il materiale a:
GORILLO
C/O NTWK – Network Caffè
P.zza San Giovanni 3
34122 Trieste
Tutti i promo/demo saranno recensiti, nessuno escluso; ma - per i tirchi in ascolto - non vi saranno restituiti.
Se non sarete d’accordo con quello che dirò, potrete andare nel mio forum e lagnarvi direttamente.

VALENTINA DORME “Capelli rame”
La veneta Fosbury Records sembra non sbagliare un colpo. Perlomeno nel far breccia nel mio cuore sepolto sotto un fitto manto di pelliccia. Ascoltando “Capelli rame” anche l’essere più rude del creato verrà rapito da folate di vento freddo, voli di corvi e foglie secche. Il vantaggio è che queste foglie non occorrerà spazzarle dal vialetto perchè si dissolveranno nei bianchi e neri sonici di chitarre-carboncino con le quali un DeAndrè trasfigurato disegna sussurri, la mano veloce che butta giù gli schizzi-base dello scorrere del tempo.
Come i migliori Massimo Volume ma con meno spigoli, addirittura forse come i My Bloody Valentine (coincidenza?) ma meno violentemente viola. Anzi, niente viola. Solo bianco, nero, e rosso. Come in certe storie di Frank Miller dove le parole non sono un optional e non si vendono al reparto saldi. Perché sono tagli rosso sangue. “Aver avuto una colt/ non averla caricata a salve/ aver avuto una colt/ le munizioni necessarie/ a invertire il finale.”
In un’Italia musicale che vede in Bugo (simpaticissimo, per l’amordiddìo, ma…) un caso eclatante, un genio, i Valentina Dorme non possono, e non devono, essere ignorati. Sono un gruppo da mettere tranquillamente accanto ai migliori La Crus e -come si diceva già- Massimo Volume.
Provate il brivido di essere anche voi tra i primi a sentirli. Fra un paio d’anni farete un figurone con gli amici. Next Big Thing a Sin City.


WAH COMPANION “Anomalie domestiche”
Vado in redazione a prendere i cd da recensire. Salgo in macchina. Ne scelgo uno a caso. Copertina verdastra con gamba in vasca da bagno. Non so perché ma mi aspetto di sentire dell’elettronica casalinga. E invece dopo un attimo arriva un rock blues parrocchiale leggermente funkato cantato in inglese da un italiano. Sembra il compitino per il saggio di fine anno. C’è traffico, e si resta fermi.
Intanto nel mio abitacolo è comparso Manuel Agnelli col suo nuovo look da John Cusack. Cioè non è veramente Manuel Agnelli. Sono sempre io che proietto mentalmente un Manuel Agnelli immaginario, un po’ tipo Edward Norton che si immagina Brad Pitt in “Fight Club”.
“Manuel, ma ce n’era bisogno?” “Oh! Mica è colpa mia… io faccio il mio. Se poi il chitarrista degli Africa Unite si mette a fare ‘ste cose che facevo già 3 anni fa, non so che dirti.” “Coosa?! Che c’entrano gli Africa?” “Eh, questo è il progetto parallelo del chitarrista degli Africa.” “Vabbè certo… adesso il chitarrista degli Africa mi fa gli Afterhours con tanto di vocina in falsetto tipo Milano Tangenziale Est…” “Milano Circonvallazione Esterna” “Eh?” “Il mio pezzo si chiama Milano Circonvallazione Esterna” “Sì sì, dai, hai capito volevo dire quello… oh! Ma pazzesco! Pensavo fosse un gruppo di ragazzini qualunque…” “No, no. Professionisti.” “Ah.” Restiamo in silenzio ad ascoltare. C’è un ingorgo pazzesco. Non ci muove di un millimetro. Ci son sempre su i Wah Companion. “Manuel?” “Sì?” “Senti, vado un secondo a prendere i sigari, se si muove qua la cosa, guida te, ok?” “Ok, prendimi delle Golia.” … Chissà che fine ha fatto la mia auto…

Marcello Corso “LID”
Se c’è qualcuno interessato a farsi dei bei soldini, legga attentamente. Qui, sig. Produttore, c’è una miniera d’oro. Roba che scotta, gliel’assicuro. Senta qua, partiamo con un pezzo un po’ in levare, un po’ ska, che sa il fatto suo, questo è un singolo sicuro. Ok, ok, bisogna metterci pure qualcuno coi controcazzi al mixer, ma si combina, non c’è problema. Qua con i suoni giusti, viene fuori una bomba. Tra l’altro, ce l’abbiamo pure unplugged, l’ho sentita qualche tempo fa, la usiamo come b-side. Senta, senta! Marcello è uno eclettico, un artista senza paraocchi, vede come ci passa dal pezzo più facile a quello un po’ più introspettivo? Rock italiano è riduttivo. Canzone d’autore sembra troppo serioso… No, il sederino in copertina non è il suo, no. Ma guardi il libretto… bel fisico vero? Atletico, aitante! Facciamo singolo + calendario adesso per Natale; poi in primavera album, così d’estate secondo singolo “Arcobaleno” e andiamo via lisci. Ma dove me la trova una voce così? Dove? Questo è un Pelù-non-Pelù! Qua c’è cuore, mi creda, grande cuore. Si faccia vivo, sig. Produttore, sarebbe un peccato lasciarselo sfuggire.
Ricapitolando: ‘a Marcè! Dacce sotto! Le canzoni ci sono, la voce pure. E non è poco. Vedi se trovi qualcuno che supervisioni il tutto, possibilmente qualcuno un po’ esterno al progetto, che riesca quindi ad essere obiettivo. Mancano i suoni ed una maniera di presentare il materiale (grafica, foto, note biografiche) che sia un po’ meno ingenua e un po’ più d’impatto. Se hai bisogno di una mano, ben volentieri. E voi, comprate un Ligabue o un Vasco tarocco in meno, e provate a sentirvi Marcello!

Sunday, October 29, 2006

HOTEL GORILLO (01) - Cominciò così.

Comincio così "Hotel Gorillo", la rubrica su NTWK (giornale gratuito diffuso in Friuli Venezia-Giulia, lo dico per chi non fosse della zona) che tanti bruciori di stomaco recò a giovani (e anche meno giovani) musicisti dell'estremo Nord-Est. Me ne scuso. Io lo intendevo come un gioco, e più volte lo specificai. Ho sempre avuto presente l'impegno e lo sbattimento degli artisti, ma la tempo stesso mi sono più di una volta chiesto come alcuni mancassero totalmente di qualunque senso critico. Pensavo di aiutarli, pensavo che fosse una maniera sdrammatizzante di invitarli a riascoltarsi prima di diffondere i loro demo. Una stroncatura su NTWK fatta da un Sig. Nessuno mi pareva meglio di una serie di legnate sulla stampa nazionale. Mi sbagliavo per due motivi. Il primo è che la stampa nazionale non stronca praticamente mai nessun esordiente (l'unico che lo faceva - tale Zombie Kid su "Rumore - non mi è mai piaciuto: insultava stando nell'anonimato... cosa di pessimo gusto, a mio avviso). Il secondo è che non bisogna mai dare consigli. Ed è un vizio che nacora non sono riuscito a togliermi...

Un caro saluto a voi, popolo delle cantine e stakanovisti della sala-prove. Da questo mese, toccherà al sottoscritto scrivere delle vostre fatiche autoprodotte, delle vostre creazioni sotterranee; e quindi prima di cominciare, meglio parlarsi chiaro. Sarebbe molto semplice usare questo spazio come veicolo promozionale per me stesso, per farmi bello di fronte alla numerosa folla di musicisti delle nostre parti. Cosa mi costerebbe? Nulla. Basterebbe distribuire elogi a destra e a manca, tessere le lodi di chi con tanti sacrifici si sforza di far uscire la sua arte dal sottosuolo, e in men che non si dica potrei diventare (come già qualcuno ha detto che mi auto-definisco) il Paladino della Scena Locale. Certo. Ma probabilmente dovrei prendervi per il culo. E siccome non ho voglia di prendere per il culo nessuno, tanto meno chi si sbatte sul serio, sarò sincero. Il che significa che se il vostro cd mi farà schifo, lo dirò chiaramente; e se mi piacerà lo dirò altrettanto chiaramente. Qui non troverete LA Verità Rivelata, troverete la mia Verità, quindi prendete il tutto con una certa riserva… d’altronde, chi si fiderebbe ciecamente di uno che si chiama Gorillo?!?
Ordunque, se volete provare l’ebbrezza di comparire su queste pagine ed essere sottoposti al mio giudizio, quello che dovete fare è spedire il materiale a:
GORILLO
C/O NTWK – Network Caffè
P.zza San Giovanni 3
34122 Trieste
Tutti i promo/demo saranno recensiti, nessuno escluso; ma - per i tirchi in ascolto - non vi saranno restituiti.
Se non sarete d’accordo con quello che dirò, potrete andare nel mio forum e lagnarvi direttamente: l’indirizzo è www.orbitville.it
E ora cominciamo.
Vediamo un po’ chi sono i fortunati del mese di ottobre…

NABLA “4 tracks demo version”
L’idea mi pare quella di fondere i Tool con gli Alice in Chains, il che sarebbe per tutti impresa ardua ed infatti i risultati –ahimè, anzi ahiloro- non sono tra i più felici. Partiamo bene. Anche se la registrazione non aiuta, il primo brano centra l’obiettivo. Una sera, ritorno a casa, accendo lo stereo senza aver idea di che cd ci sia dentro, sento questo pezzo ed esclamo: “Figata! Cos’è ‘sto gruppo!?”. Un complimento spontaneo mi sale dal cuore. Bravi! Poi si va avanti, arriva il secondo brano, e le mie impressioni continuano ad essere più che positive. Vabbè… la voce è un po’ incerta, ma che ‘cce voi fa’? c’è un giro di chitarra orientaleggiante che sinuosamente fa il suo come una vipera danzatrice del ventre, e quindi si procede fiduciosi… Traccia tre. Ahi! Che succede?! Ahi Ahi Ahi! “Satie”: tribalismi percussivi molto Tool e atmosfera ipnotica da cerimoniale occulto. Il tutto funzionerebbe a meraviglia se i tamburi non perdessero colpi e ad un certo punto non si sentissero curiosi mugolii simili a quelli di un pinguino disperato con una patata nel becco! L’ultimo pezzo è una horror-trash ballad: i Nabla si trasformano in un’altra band (qualcosa come dei Timoria in acido indecisi se suonare come gli Helloween o i Puddle of Mudd), e il tutto poi risulta misteriosamente epic metal (!?). Si arriva alla fine di “Decay” basiti.
In conclusione, una band con buoni spunti che dovrebbe liberarsi del peso delle sue influenze, e chiudere cantante e batterista in cantina ad esercitarsi. Uno del gruppo ha una barba più lunga della mia! Maledetto, svelami il tuo segreto!!!

STAYER “Tragic e.p”
Non so se vi è mai capitato di andare a bere qualcosa in giro e di trovare sul bancone dei salatini di qualche anno prima. Biscottini non più croccanti, ma fiappi e cartonati. Insomma però ve li siete mangiati. Non erano proprio il massimo, ma chissenefrega. Un’esperienza simile mi è capitata ascoltando il mini-cd degli Stayer, non un promo appunto, ma un mini-cd vero e proprio con confezione digipak, grafica curata, edizione limitata. Solo che in questo metaforico caso, nei salatini c’era pure un potente narcotico. Gli Stayer suonano un noise-core alla Unsane, ma più lento, quasi sludge, plumbeo e cupo. Il problema è che non hanno un briciolo di originalità. Se a questo sommiamo il fatto che le composizioni sono dei lunghi mid-tempo privi di qualsiasi guizzo tecnico, artistico o espressivo, l’effetto è da terapia intensiva del sonno.
Ma possibile?! Un’idea? No. Melodia? No. Per forza, è noise. Ah! E’ vero. Ok allora. Ferocia? Come quella di un criceto imbizzarrito. Tiro? Come quello di un opossum da slitta. Un segnale di vita? Un segnale di… Ehi! C’è qualcuno?! Yu-huu… c’è qualcuuunooo?
Un must per tutti quelli che si divertono ad annoiarsi e/o cercano rimedi naturali all’insonnia.

AAVV “Fosbury – Primo salto”
C’è vita oltre i pantaloni ascellari di lana di Manuel Agnelli o il luna-park anni 80 dei Subsonica (con mummie Krizma incorporate)? Assolutamente sì. Ad esempio c’è un pianetino chiamato Fosbury Records dove si alloggia in comode camerette con poster degli Smiths, e dove c’è tutto l’occorrente per scrivere musica quotidiana. “Musica quotidiana” è un termine da me coniato in questo preciso momento per definire canzoni fatte di quelle piccole cose di tutti i giorni che popolano l’esistenza del 90% di noi. L’equivalente sonoro del fumetto “Ghost World”. Istantanee di vita, cioè. E che istantanee… Va detto subito che non c’è un brano sotto la sufficienza in tutto il cd, e questo in una compilation con 18 pezzi è cosa non da poco. Poi è questione di gusti: qualcuno preferirà certe situazioni brumose dove sembra di intravedere Tenco (ma sarà lui?) o altre dove sembra di stare in un college americano svuotatosi per il Giorno del Ringraziamento, o al circo di Todd Browning; ma guai a lasciarsi sfuggire tre gemme preziosissime: la dopata ninna-nanna da stazione orbitante di Monow (feat. Monello), il viaggio scoppiettante del vecchietto di “Straight Story”, che va a trovare (questa volta in motoretta però) su Mt. Zion i Grandaddy, raccontato dagli Slumber; e “Intelli:gente” degli Es.
Immaginate la copertina di “Siberia” dei Diaframma dove non è più inverno ma piena estate. Immaginate i Diaframma stessi sbalzati nel 2002, sotto prozac e orzata: un giro con un groove mostruoso che attende solo il rallentamento finale per stenderci del tutto.
L’indie-rock italiano gode di ottima salute. E’ il pubblico forse che ha dei problemi d’udito.
Questa compila potrebbe essere un’ottima cura. Filate in negozio e cacciate il grano, sbarbi/e!

Saturday, October 28, 2006

Recensioni per "Il Piccolo" del 02/07/2006

(Carla Bozulich, della quale qua sotto trovate una recensione, pare suonerà a Trieste il 15 novembre 2006. Avevo sentito dire al Miela, ma sul suo sito si dice Casa delle Culture. E comunque è ancora tutto molto tba. Chi sa, per favore parli!)

SCOTT WALKER “The Drift” (4AD)
Allo splendido e ultraventennale mosaico sonoro dell’etichetta inglese 4AD si aggiunge una gemma preziosissima. Accanto ai capolavori di Cocteau Twins, Dead Can Dance ma anche di outsider (per gli ambiti della label) come i Pixies, si erge un monolite precipitato da una dimensione parallela dove la luce non arriva o da profondità oceaniche insondabili. Ne è l’autore un uomo che molti davano per definitivamente finito e che ora ricompare. Le foto diffuse per la stampa sono emblematiche. Ritratti sfuocati. Sgranati. Dai forti contrasti visivi. Non riusciamo a distinguere chiaramente l’esterno, i tratti del volto, la fisionomia. Quello che ci arriva addosso aggredendoci, assalendoci all’improvviso, è l’interno, sono i suoi incubi.

Nero. Nero che si tinge di colori diversi. Come una ruggine provano ad attaccarlo ma non riescono a prevalere. I segni della loro lotta sono cicatrici cromatiche, striature sulla superficie. Questo è “The Drift”, il nuovo disco di Scott Walker che esce quasi 10 anni dopo il suo predecessore. Un po’ come se le vicende si capovolgessero in una sorta di contrappasso. Walker, a metà degli anni 60 pubblicò con la sua band, i Walker Brothers, qualcosa come dieci album in soli due, tre anni. Walker era un idolo pop, faceva dischi che scalavano le classifiche ed aveva stuoli di fan. Evidentemente però questa non poteva essere la sua dimensione. Dopo poco lasciò la band, si mise a fare musica da solo, ma si trattava comunque di una parabola discendente, almeno dal punto di vista commerciale. Scivolò nell’oblio, portandosi dietro un fardello di gravi problemi personali. Poi, invece, gradualmente, è ricominciato un nuovo corso, una nuova vita artistica. Abbandonate le accomodanti atmosfere romantiche degli esordi, Scott Walker ha iniziato a manipolare il Silenzio. O meglio: le Tenebre. Ed è un lavoro lungo, impegnativo. Tre album in ventidue anni questa volta. Ascoltandoli, se ne comprende il motivo. Sono talmente densi, sono talmente intensi che si può percepire quanta fatica possa esserci nel loro concepimento. Nonostante la lavorazione di “The Drift” non sia durata effettivamente dieci anni ed in questo periodo di tempo l’artista si sia occupato anche di qualche altro progetto, la cura, l’attenzione e - ancora una volta - l’intensità, lasciano stupefatti. Il disco (prendendo spunto dal titolo) è una deriva, un vagare in ambienti musicali e mentali sprofondati in un’oscurità della quale, anche se non possiamo stabilire con precisione i confini, siamo in grado di percepire la vastità. Come le desolate distese di “Clara”, sferzate da raffiche gelide, da parossismi improvvisi. Il senso della paura nell’album è sempre palpabile, tangibile. Un’esperienza paragonabile all’attraversare il corridoio buio di una casa nella quale siano stati commessi atroci delitti. In realtà quella casa c’è, è intorno a noi, è il nostro mondo. O meglio, la Storia Umana. Diversi testi prendono spunto da vicende umane storiche reali, e poi nelle mani di Walker si trasfigurano in psicodrammi allucinanti, in episodi di poesia panica e terrore puro. Gli strumenti stessi sono stuprati, sottoposti a mutazioni. Cosa sono i versi mostruosi in “Jolson and Jones”? Un sax? Forse è meglio non saperlo. Lontano da grandguignolesche baracconate, la Musica difficilmente ha fatto più paura.

CARLA BOZULICH “Evangelista” (Constellation)
Probabilmente non l’avete mai sentita nominare. Probabilmente non avete mai sentito nominare Ethyl Meatplow e Geraldine Fibbers, le band delle quali ha fatto parte prima di intraprendere la carriera solista. Ma di certo, se proverete ad ascoltare “Evangelista”, finerete col segnarvi il suo nome e probabilmente finirà in cima alla lista dei vostri dischi del 2006. Bisogna dirlo subito: se c’è un’artista che per intensità e capacità di coinvolgimento può eguagliare (ed ambire a superare) Diamanda Galas, questa è Carla Bozulich. Il suo terzo album solista esce per la Constellation, e non solo è il primo disco di un musicista non canadese ad essere pubblicato dall’etichetta ma per la sua realizzazione si sono messi al lavoro tutti i migliori talenti della label. Il risultato è dirompente. Un calvario di blues insanguinati, di chiaroscuri netti, di cieli in tempesta, di rovina sonora. Gronda dolore. E’ il petto squarciato per mostrare il cuore che batte. E’ vita. E’ fuori dal tempo perchè sembra venire dall’eternità e ad essa sembra rivolgersi. Ascoltate il finale di “How to survive being hit by lightning” e capirete. Non è consueto trovare dischi che riescano a trasmettere all’ascoltatore quel senso di coinvolgimento fisico che è proprio della performance live, quel sentirsi rapiti che si può provare assistendo a performance di grande qualità. “Evangelista”, con i suoi sussurri, con i suoi angoli nascosti, ma soprattutto con le sue manifestazioni di pura luce - abbagliante, sacra -, ci riesce ed a questo punto non resta che immaginare quale devastazione possa evocare quando viene eseguito dal vivo. Non abbiate paura di pungervi. Prendete in mano questo frutto e strappate la sua scorza irta di spine. Il suo centro irradia energia. Il suo nucleo è ispirazione cristallina. E’ musica così totale che dopo averla provata fa sembrare tutto il resto come dei suoni da tappezzeria. Musica fatta per essere ascoltata da soli. Musica grazie alla quale si ritrova l’entusiasmo di continuare a cercare, nel presente e nel futuro, nuovi artisti. Perché ci sono. Ci sono ancora là fuori artisti che parlano direttamente con Dio. E Carla Bozulich è senz’altro una di questi.

LADYHAWK “s/t” (JagJaguwar)
I Ladyhawk sono canadesi, di Vancouver e vanno subito al sodo. Il disco è una raccolta (ottima) di canzoni rock con un retrogusto punk . Per chiarire la frase precedente, che può voler dire tutto e niente, si possono tirare in ballo gli ultimi Husker Du. Quel punk che è punk nell’attitudine sincera e spontanea, non tanto negli eccessi e nelle soluzioni estreme. Il loro esordio può piacere anche a chi ad esempio di hardcore non ha mai sentito nulla ma ascolta i Pearl Jam e non è di vedute ristrette. C’è stile senza l’ambizione di essere alla moda, c’è un gruppo solido, ben piantato a terra, che non ha paura di rallentare ogni tanto per avvicinarsi a sonorità più raccolte, ma sempre elettriche. Al disco partecipano anche alcuni Black Mountain: legami di famiglia in casa Jagjaguwar.

NIOBE “White Hats” (Tomlab)
Se cercate un disco “leggero”, ma non vi convince la nuova furbata Nouvelle Vague perchè una volta va bene ma due sono già troppe, date una possibilità a “White Hats” della tedesca Yvonne Cornelius meglio conosciuta come Niobe. L’album precedente “Voodoluba” era decisamente più ruvido, con quelle voci molto filtrate, quasi come vecchi campionamenti vintage. Qui le atmosfere sono più vellutate e avvolgenti, ma non scadono nel ruffiano. Tra richiami lounge e profumi bossa, è scomparso il timore di risultare troppo pop, e l’insieme assume tutt’altra luce. Forse il pubblico più snob disprezzerà, ma per tutti gli altri ci sono notti d’estate piene di stelle e sussurri di brezza. Il laptop va benissimo, ma è chiaro che sulla spiaggia meglio portarsi dietro la chitarra.

Friday, October 27, 2006

Recensioni per "Il Piccolo" del 19/12/2005

SUNN O))) “BLACK ONE” (SOUTHERN LORD)
Quale relazione intercorre tra la storia di una contessa rumena vissuta a cavallo alla fine del 1500, una storia fatta di violenza, di complicati strumenti di tortura, ma soprattutto di sangue; e un carro funebre parcheggiato in un giorno qualunque nella strada di una città americana qualunque di fronte ad un edificio nel quale si trova uno studio di registrazione? Chi ha deciso di rappresentare di nuovo la storia di Erzsebet Bathory, che nella convinzione di guadagnare una giovinezza eterna si immergeva nel sangue delle sue vittime, giovanni ragazze appese per le caviglie sopra la vasca e sgozzate? Perché una persona sta entrando nella bara sistemata nel carro funebre, mentre altre persone intorno mettono a punto delle apparecchiature e sistemano dei cavi?

C’è una tradizione di certo heavy metal che ha privilegiato la lentezza a scapito della velocità. Da una parte abbiamo avuto band che della velocità hanno fatto la loro cifra stilistica, batteristi-polipo, batteristi-ragno che inseguono l’estremo in un parossismo di battiti e di passaggi intricatissimi, il film di un massacro lanciato in fast-forward, in caduta libera verso il punto di fuga. E dall’altra parte invece si procede nella direzione opposta: il fulcro si sposta dalla sezione ritmica alla chitarra. Oltre alle tematiche, che spesso riguardano l’occulto e la magia (osservate però da una prospettiva “acida” e psichedelica, più che rituale e formale: visioni da mondi proibiti, allucinazioni indotte dalla droga o entrambe le cose?) è il giro di chitarra, il riff grave e ipnoticamente ripetuto il Sole Nero attorno al quale ruota la musica di tutta quella progenie che discende dai Black Sabbath: Saint Vitus, outsider come i Melvins, Trouble, Candlemass, gli immensi Sleep, autori di quel mammuth sonico chiamato “Jerusalem”, il punto finale, la summa che a distanza di anni resta punto di riferimento e che costò alla band un contratto. Il Buio che scende, le ombre degli antichi monumenti che si allungano, la consistenza della pietra. Nella musica dei Sunn0))) siamo ancora oltre: non si parla di “consistenza”, si deve parlare di “Antimateria”. La band - che in realtà è un duo: Greg Anderson e Steve O’Malley, affiancati da ospiti illustri che cambiano da disco a disco- produce della musica che con il genere originario (l’heavy metal appunto) praticamente non sembra aver più nulla a che fare, e che suona molto più vicina a certe sperimentazioni di elettronica d’avanguardia o power-electronics. In realtà è sempre metal. Sono riff osservati al microscopio, ingranditi talmente tanto da diventare immensi e da sommergere ogni cosa come una marea densa e impenetrabile. “Black One” è un’esperienza estrema. Oltre ci potrà essere poco o niente. Quello che lo rende un capolavoro è il fatto che riesce a giocare con il Buio Infinito e riesce a dominarlo senza farsi sopraffare. Se così fosse successo, se ne fossero stati inghiottiti, avremmo avuto l’ennesimo disco di caos e muggiti fini a sè stessi, evitabile come tutto ciò che vorrebbe innovare ma arriva in ritardo. Qui invece l’intellegibilità non è andata perduta: tutto si capisce e si capisce fin troppo bene. Come Erzsebet Bathory viene murata viva per i suoi crimini, così Malefic, nel pezzo che prende il nome dalla contessa, è rinchiuso in una bara e registrato da lì dentro, mentre soffoca. Situazione che parrebbe sconfinare nel ridicolo, se non fosse che il risultato mette sul serio i brividi, facendo da epilogo al disco che senza dubbio è il Capolavoro Nero del 2005.

RICHARD SWIFT “THE RICHARD SWIFT COLLECTION VOL.1” (SECRETLY CANADIAN)
Dal nulla, sbuca fuori questo ragazzo con baffi neri e capelli arruffati, sguardo perplesso e foto in bianco e nero e, di colpo, si è trafitti.
Trafitti dalla sensazione che si ha a che fare con uno dei cantautori più talentuosi delle nuove generazioni. Roba da far tremare Devendra Banhart. Un’esagerazione? All’inizio si è portati a crederlo, ma più lo si ascolta più quest’idea si concretizza. Certo, l’ambito è diverso per esempio rispetto a Devendra (Devendra è più stralunato e psichedelico), e Swift non ha l’aria da maledetto tipo Mark Lanegan o gente simile. Lui è più un giovanissimo Tom Waits. E non solo. In questa confezione doppia che raccoglie due (mini) album “The Novelist” e “Walking Without Effort” ci sono gemme assolute che potrebbero essere canzoni registrate dai Beatles a New York nel 1920. Il paragone non è azzardato: c’è la luce e la spinta pop e c’è un sapore, un gusto negli arrangiamenti e nei suoni che sempbra arrivare direttamente dal primo trentennio del secolo (scorso). Come giustamente dice un certo signor Lance Alton Troxel (che ha scritto le note di copertina del disco): “Swift ha trovato la maniera di collegare un vecchio grammofono Victrola all’iMac, di far suonare una tastiera Casio come se fosse ubriaca e di far tossire un sinth 808 come se avesse fumato troppe Chesterfields.” E’ dannatamente vero. Come ha fatto a dare a tutto il suo lavoro questa magia del passato? E soprattutto, perché non ci si stanca mai di ascoltare e riascoltare queste canzoni, per cercare di carpire il suo segreto? (Nota Bene: Consigliatissima anche una visita all’homepage di Swift - www.richardswift.us - in quanto trattasi di un gioiellino di grafica web e di stile, all’interno del quale si trova diverso materiale testuale e visivo sull’autore, oltre, naturalmente, ad alcuni assaggi musicali. La bellezza di questo sito non fa che confermare l’impressione di aver a che fare con un Numero Uno fino ad ora nascosto chissà dove...)

ROBIN GUTHRIE & HAROLD BUDD “MUSIC FROM THE FILM ‘MYSTERIOUS SKIN’”
Qualcuno ascoltando le prime note di quest’album verrà catapultato indietro nel passato e si ritroverà a metà anni 80. In un periodo nel quale splendeva di luce propria l’astro di un’etichetta britannica chiamata 4AD. Le stelle di questo firmamento si chiamavano Cocteau Twins, Dead Can Dance, finanche The Pixies. Proprio dei Cocteau Twins era chitarrista Robin Guthrie e proprio con Harlod Budd i Cocteau collaborarono all’epoca. Ora quel suono, quel suono magico ritorna; e non è un ritorno stanco, di maniera. Tutt’altro. La colonna sonora dell’ultimo film di Gregg Araki è puro incanto per tutti quelli che si sono innamorati all’epoca di quei suoni liquidi e scintillanti, di quelle cascate di note, luminose come scie di comete.

MALTOMINIMARCO “ANIMAL FEROX” (ALPHA SOUTH RECORDS)
Maltominimarco suona da schifo e canta da schifo. I suoni sono finti, di cartone, banali, sintetici. Non c’è calore. C’è la bruttura di quei suoni chirurgici che vengono fuori da un PC quando uno vuole farsi i dischi a casa, quelle registrazioni orrende da demo di infima categoria. La voce è irritante, gracchiante: assomiglia ad un Bennato degli inizi che canta in un barattolo di latta dopo aver assunto delle sostanze stupefacenti. I testi fanno sembrare i fumetti delle Edizioni Squalo (qualcuno se li ricorda?) dei capolavori di alta letteratura: sono stupidi e gratuitamente volgari. Per questi motivi, e per il fatto che farà ribrezzo ai fan di Cristiano Godano o dei Negramaro o dei Giardini di Mirò, a lui va il massimo rispetto.

Thursday, October 26, 2006

Recensioni per "Il Piccolo" del 23/10/2006

Brightblack morning light “s/t” (Domino)
Darkel “s/t” (Astralwerks)
The Ratatat “Classics” (XL)


Ottobre, mese di transizione. Nel passaggio dalla stagione estiva a quella autunnale, mentre la luce lascia il posto all’oscurità e le giornate si accorciano, tre modi diversi di interpretare la zona di confine tra il sogno e il rimpianto. Brightblack Morning Light, Darkel, The Ratatat. Il ritorno ad una dimensione naturale e meno contaminata possibile dal presente di Nathan Shineywater, Rachel Hughes e soci. Quello invece al momento magico della fusione tra sentimento e macchina di Darkel. Ed infine le sferzanti melodie dai Ratatat, tra beat sostenuti, tramonti surf ed echi latini.

Tranquillità. Il disco omonimo dei Brightblack Morning Light emana tranquillità. E’ avvolto da una leggera nebbiolina come quella che si forma all’alba nei boschi e nei campi. “Easy, dude, easy...”. Colori tenui. Ritmi lenti. Musica da un altro tempo. Da una dimensione che non è certo quella della fretta, del consumo veloce, del mordi-e-fuggi. Qui ci si immerge nella contemplazione. Ci si siede e si ascolta. Le canzoni passano come vento fra le foglie. “Brightblack Morning Light” è un album soul al rallentatore, lambito da placide correnti blues, da soffi di piano Rhodes, da chitarre liquide (il primo lavoro dei Mojave 3?). Ma non immaginatelo come abbandono fine a se stesso, come semplice deriva. C’è invece una vena vitale, un’energia che attraversa ogni composizione dall’inizio alla fine e la fa brillare. Una coppia e una manciata di amici, “We are family”, una specie di comune neo-hippie per uno dei migliori dischi del 2006, nascosto in mezzo al bosco.
Da solo, a guardare le luci della città di notte, sta invece Jean-Benoit Dunckel, uno dei due Air, e probabilmente pensa con nostalgia agli anni in cui la tecnologia elettronica ha cominciato a svilupparsi anche come forma di divertimento. Pensa cioè alla fine degli anni 70 ed all’inizio degli 80 mentre la sua ombra si allunga sulla parete. E’ l’angelo oscuro. “Dark Angel”. Darkel. Per chi ama gli Air, sarà colpo di fulmine. Per chi non conosce invece il duo di cui Dunckel fa parte (e dalle cui atmosfere questo progetto non si discosta molto), è pura questione di sensibilità. O si apprezza una ricerca estetica che trova esclusivamente nei ricordi di un passato prossimo la sua ragione di esistere, oppure si passerà avanti senza problemi, indifferenti. Un paragone cinematografico potrebbe essere “Il Giardino delle Vergini Suicide” di Sofia Coppola, pellicola della quale la colonna sonora originale era - guarda caso - degli Air. Altro duo, ma che viaggia su coordinate musicali molto diverse, è quello dei Ratatat. Governano le chitarre - spesso e volentieri slide e surfeggianti - di Mike Stroud, e le creazioni al laptop di Evan Mast le valorizzano in escursioni esclusivamente strumentali d’impatto ma al tempo stesso permeate di slanci romantici.“’Aerodynamics’ dei Daft Punk in depressione” ha detto qualcuno. Forse è vero, anche se paragonare i Ratatat a qualche altra band esistente è comunque cosa ardua. La loro identità è forte e meritano attenzione: una volta che si fa la loro conoscenza, è ben difficile abbandonarli o dimenticarseli.


Wolf Eyes “Human Animal” (Sub Pop)
Gli occhi del lupo spalancati ad osservare l’animale umano. Wolf Eyes: un’altra uscita su Sub Pop dopo “Burned Mind” dell’anno scorso. Questa si chiama “Human Animal” e potrebbe esserne la continuazione. O addrittura l’intera produzione sonora (il primo termine che mi era venuto in mente era “musicale” ma non è per nulla appropriato e potrebbe essere fuorviante) potrebbe venir considerata come un unico corpus dal quale prendere di volta in volta degli estratti.
I Wolf Eyes sono in tre e vengono da Detroit, sono attivi da una decina d’anni ed hanno una discografia sterminata. Le sensazioni forti che muovono la loro creatività sono così esigenti da richiedere una produzione continua di materiale. Oppure: è facile riempire dischi su dischi di rumore assordante a caso. Scegliete la vostra versione. E’ arte in una delle sue forme più pure e intransigenti, o il riciclo inutile di roba già sentita decenni fa (Throbbing Gristle e compagnia) che non innova, non diverte, non può piacere. Questo è il punto. Non può piacere. Se, per ipotessi, piacesse; perderebbe qualunque significato. Nel momento in cui i Wolf Eyes vengono assimilati, ascoltati, digeriti perdono qualunque significato. In quest’ottica è impossibile leggere la loro opera staccata dal contesto storico in cui si trova, e cioè un occidente in cui milioni di individui hanno smarrito il senso di se stessi e dell’esistenza, e di conseguenza sono alla ricerca costante di un qualcosa che spieghi tale perdita, che la espliciti, che la rappresenti. Io sono senza senso e questa musica è senza senso - pensa l’ascoltatore - Io sono percorso da queste pulsioni di distruzione pura, di furore incontrollabile, di odio totale. Ma non so precisamente per quale motivo dal momento che il mondo che mi circonda non fa che ripetermi che non solo è il migliore dei mondi possibili ma anche l’unico possibile. Eppure sento questo abisso buio dentro, e questo caos sonoro lo rispecchia. Questa comunione, proprio a causa della sofferenza dalla quale nasce, non può per definizione essere piacevole. Ma ciò non toglie che in qualche modo si senta il bisogno di cercarla, di provarla. Che sia in qualche modo utile. Forse addirittura inevitabile.


Deadboy & The Elephantmen “We are the night sky” (Fat Possum)
Dax Riggs e Tessie Brunet sono la versione white trash e per niente alla moda dei White Stripes. Difficilmente un Gondry girerà un loro video. Ancor più difficilmente un loro pezzo diventerà una sorta di inno dei Mondiali di Calcio. Sarebbe già tantissimo se questa raccolta di brani malati, oscuri, pesanti e dolcissimi non passasse inosservata. Un delitto. C’è del folk, del blues, e ci sono le turbolenze dello stoner. Il tutto immerso nelle ombre della provincia USA.
Se i White Stripes possono permettersi trasandatezza e spigolosità perché tanto tutto ciò che toccano viene trasformato in oro dalla critica, i DB&TEM sono costretti ad indossare il vestito buono per mettersi in posa per il loro American Gothic. Che poi il vestito sia un vestito da becchini è un altro discorso.


Colleen et les Boites a Musique “s/t” (Leaf)
Non proprio il disco nuovo di Colleen, ma un Ep nel quale la magica artista francese si cimenta in un esperimento commissionatole da un’emittente radio nazionale, e cioè un album prodotto con una strumentazione composta esclusivamente da scatole musicali. Colleen ha preso questi oggetti del passato, li ha aperti ed a cominciato a manometterli, a suonarli in maniera poco convenzionale, riprocessando infine il tutto. Puro splendore che ben si accompagnerebbe a qualche opera del Tim Burton più intimista. Se da un lato è facile intuirne i contenuti (brani corti, fragilissimi, tintinnanti, raccolti), dall’altro è difficile immaginare fino a che punto di struggente bellezza possano arrivarne le atmosfere. Forse il suo lavoro più accessibile e accattivante.